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Non sminuire l'obbligo d'istruzione PDF Stampa E-mail
Martedì 26 Gennaio 2010 21:08

di Francesco Scrima - Segretario generale nazionale

E’ una scelta miope e una resa. Abbassare di un anno l’obbligo d’istruzione può sembrare la risposta giusta a un problema serio: l’abbandono di 126mila studenti l’anno, per lo più al Sud. Una cifra spaventosa, che ci pone nella retroguardia d’Europa. La risposta è però sbagliata; è l’ammissione di una sconfitta cui non segue una reazione adeguata. Non si pensa a rafforzare il sistema formativo e a collegarlo davvero al lavoro, intervenendo sulle cause e puntando su rimedi mirati, ma si preferisce una scorciatoia illusoria e perdente, che non giova alle imprese ed emargina i giovani a rischio e le loro famiglie, gettandoli in un vicolo cieco.

Agli studenti che rifiutano le aule non si offrirebbe un’alternativa concreta: avrebbero qualche periodo di tirocinio a bottega per svolgere mansioni secondarie e si troverebbero  poco dopo senza arte né parte. Stupisce, e desta qualche sospetto, il consenso entusiastico di Confindustria e di altre associazioni imprenditoriali: le stesse che lamentano, un giorno sì e uno no, la carenza di profili professionali alti, di figure lavorative nuove, di diplomati e laureati dotati di capacità e di cognizioni flessibili. Il vero punto debole della struttura produttiva italiana – ce lo ripetono tutti gli esperti, compresi quelli governativi – è l’insoddisfacente livello d’istruzione del nostro capitale umano, poco preparato e poco adattabile ai cambiamenti tecnologici e organizzativi. Questo, insieme con l’assenza di una rete efficace di protezione sociale, trasforma in dramma ogni perdita di posto di lavoro e ritarda l’uscita collettiva dalla crisi economica peggiore che ricordiamo. Un quindicenne che lascia la scuola  per andare a fare il garzone (di questo si tratterebbe nel maggior numero dei casi), magari senza un soldo (Galassi, a nome della Confapi, ha già messo le mani avanti: nemmeno un euro a gente che non sa né leggere né scrivere e deve ringraziarci se la prendiamo) si troverà prima o poi a fare i conti con le sue lacune formative, non avrà gli strumenti culturali per aggiornarsi e riconvertirsi, resterà un cittadino di serie inferiore: altro che apprendimento lungo l’arco della vita come primo canale dell’inclusione comunitaria, altro che società della conoscenza. Così ci allontaniamo dall’Europa, mentre il mercato globale si allarga e paesi vecchi e nuovi ci muovono una concorrenza spietata. Importiamo badanti ucraine, infermieri rumeni, medici peruviani, ingegneri indiani, fra poco anche pianisti e violinisti cinesi (lì sono milioni i professionisti della musica), e continuiamo a credere che sia la scuola l’unico colpevole e che basti allontanare chi non studia mandandolo a buscarsi il pane. Sono pulsioni un po’ becere da italietta paesana e arretrata: lo diciamo senza disprezzo, anzi con nostalgia per i nostri padri che non hanno avuto la ventura di meritarsi questa classe dirigente.

Detto ciò, e manifestata la nostra sorpresa per le trovate singolari di uomini intelligenti come Sacconi e Cazzola, andiamo al punto che, ripetiamo, esiste. Fra i quindici e i diciotto anni si registra nel nostro sistema formativo un’ecatombe. Sono centinaia di migliaia i giovani che non ce la fanno, non raggiungono il traguardo del diploma o della qualifica professionale, si perdono nei meandri della giungla metropolitana, soprattutto meridionale, fagocitati dal lavoro nero, l’illegalità, la delinquenza. Ci sono altre migliaia di giovani che, pur avendo assolto all’obbligo formativo (che, giova ricordarlo, si conseguirebbe a diciotto anni!), incontrano difficoltà a inserirsi nel mercato del lavoro per ostacoli oggettivi e per limiti soggettivi:mancano le occasioni d’impiego ma spesso anche l’attitudine al sacrificio, alla disciplina, alla responsabilità, alla messa in opera secondo regole delle proprie conoscenze.

Sono questioni note, che condividiamo con le nazioni vicine: Regno Unito, Francia, Germania. Ignorarle, rivendicando un diritto astratto all’istruzione uguale per tutti al massimo grado possibile, è pura esercitazione retorica in cui purtroppo eccellono anche esponenti di altri sindacati. Non parliamo poi di certa sinistra che quando è stata al potere ha vibrato colpi furiosi alla credibilità e alla tenuta della  scuola e della formazione professionale. Non siamo scolasticisti dottrinari che fingono di battersi per un futuro popolato di filosofi ed esteti e lasciano sempre gli esclusi dove si trovano. Crediamo – e lo abbiamo ribadito in polemica con molti – a un sistema scolastico e formativo articolato e plurale, in cui sia assicurato uno sbocco sostenibile per ciascuno secondo i propri meriti, senza inutili professioni di  utopia e senza pretese demiurgiche. Questo ha significato per noi sostenere l’obbligo d’istruzione a 16 anni – soglia minima internazionale; al di qua c’è la foresta dell’ignoranza irrecuperabile – con l’opzione per un biennio preparatorio alla qualifica professionale regionale triennale, ed eventuale tirocinio in luoghi di lavoro, in collegamento stretto col sistema scolastico. Si voleva, e si vuole, in questo modo unire l’acquisizione di competenze tecniche specifiche con un nucleo di conoscenze trasversali essenziali, già codificate in ambito europeo e indispensabili per qualunque percorso di vita attiva e di cittadinanza consapevole degni di questo nome.

Questa opzione valeva, e vale, proprio per coloro che per varie cause mostrano propensione verso un inserimento lavorativo precoce o per una formazione più orientata alla prassi applicativa. E’ un’opzione seguita con discreto successo da 150mila giovani (fino a qualche anno fa erano solo 30mila) e non sostenuta con la dovuta fermezza per motivi  che ci sfuggono, o meglio ci paiono sin troppo chiari: da destra, per sfiducia inveterata negli enti e nelle agenzie di formazione professionale, da sinistra per ossequio dogmatico al primato della scuola come unica “vera” agenzia formativa. Vittima degli opposte cecità, il paese soffre, scartando e ondeggiando dietro gli umori di padroncini e politicanti locali.

Parliamo perciò di apprendistato, di alternanza fra scuola e lavoro prima dei diciotto anni, di riassetto della formazione professionale senza riserve mentali e falsi pudori. Parliamo pure di impresa come luogo di formazione, di coinvolgimento delle rappresentanze sindacali e degli enti bilaterali. La Cisl Scuola, per la sua parte, è disponibile a farlo da domani, purché si ritrovi il linguaggio della ragionevolezza e dell’opportunità, si fissino criteri, procedure e contenuti certi, non si tentino fughe nel passato. La formazione in impresa non può essere una finzione come spesso è, poche imprese sono qualificate a farla, in troppe non ne hanno intenzione. L’apprendistato in obbligo scolastico sta fallendo (copre meno di un quinto del fabbisogno) per inerzia delle Regioni (le più restie ancora una volta al Sud), per resistenza dei beneficiari, per incuria e grettezza di tante imprese che sognano una manodopera giovanile gratuita e sottomessa.  Discutiamo di tutto, affrontiamo le questioni nella loro interezza: vedremo che le ragioni  per accorciare di un anno la permanenza a scuola sono di gran lunga meno valide di quelle che reclamano il raggiungimento di un obbligo formativo pieno e accessibile a ogni giovane. Sconti e mezze misure servono solo a condannare i più deboli alla minorità permanente.

 

 
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